Non si vive di solo pane! Ecco cosa hanno risposto i volontari di Projekt Otvorena Mreža/Project Open Network a chi li chiedeva perché si davano tanto da fare per offrire wifi e connessioni gratuite alle migliaia di profughi che per settimane hanno attraversato la Croazia. Grazie alle donazioni di chiavette internet, schede sim, modem e al lavoro di decine di volontari i profughi hanno potuto telefonare ad amici e famiglie, comunicare via social network, consultare mappe e siti utili per continuare il loro viaggio verso il nord Europa. Qualcosa di simile hanno fatto in Italia anche i volontari di Welcome Taranto, come ha raccontato Mariachiara Furlò su Che Futuro!

La possibilità di comunicare e accedere ad internet è un diritto umano, come quello ad avere cibo, acqua, casa, istruzione. Ma non solo. Come riconoscono anche le Nazioni Unite, il libero accesso ad internet rappresenta uno strumento indispensabile per garantire uguaglianza, pari opportunità e realizzare tutta una serie di diritti umani. Tuttavia sappiamo quanto questo diritto sia in molte aree del mondo assai limitato o continuamente sotto attacco, ed ecco che allora migliaia di organizzazioni e volontari ogni giorno lavorano per ampliare l’accesso ad internet e alla comunicazione digitale e abbattere il cosiddetto digital divide.

Lo scorso 1-2 ottobre TechFugees, un gruppo nato su Facebook con 1500 iscritti, ha lanciato a Londra un hackaton,ovvero una conferenza-maratona a cui hanno partecipato programmatori, hackers e attivisti digitali di tutta Europa. Scopo dell’iniziativa era condividere e sviluppare nuove idee per rendere più facile il viaggio e la vita dei rifugiati. Nella due giorni londinese sono state presentate decine di app, software, programmi che permettono a rifugiati e migranti di trovare ospitalità, ritrovare famigliari, districarsi tra leggi e lingue e perfino trovare lavoro e istruzione (per saperne di più leggi l’articolo su Redattore Sociale).

Facilitare l’accesso e l’uso delle nuove tecnologie, indipendentemente dalle proprie abilità fisiche e intellettive o dal proprio status economico e sociale, rappresenta una delle nuove frontiere del volontariato e dell’attivismo civico, anche nel nostro paese. In Italia un bell’esempio è l’associazione Informatici senza frontiere che conta 300 soci e 10 sedi regionali. Proprio in questi giorni, per festeggiare i dieci anni di attività, l’associazione ha organizzato a Treviso il primo Festival dell’Informatica Sociale, un festival nazionale unico nel suo genere che, attraverso incontri, dimostrazioni e workshop, ha mostrato in che modo le nuove tecnologie possono migliorare la vita delle persone con disabilità e facilitare lo sviluppo economico e sociale nelle aree più povere del pianeta.

Coniugare volontariato e nuove tecnologie è anche lo scopo dell’associazione Informatica solidale, fondata nel 2013 a Milano da un gruppo di professionisti dell’informatica che, in modo volontario e gratuito, promuovono progetti e attività per ridurre il disagio sociale attraverso l’impiego dell’informatica. Così, ad esempio, il progetto @Includi punta a facilitare l’inserimento lavorativo, con competenze informatiche, a persone con disabilità psichica o motoria.

L’associazione ha anche sviluppato Is-Gas, un software per la gestione dei processi di acquisto e distribuzione dei prodotti nei Gruppi di Acquisto Solidale, mentre in Toscana ha promosso un progetto per la gestione informatica della biblioteca del carcere fiorentino di Sollicciano e sta lavorando allo sviluppo di un programma che permetterà ai detenuti l’invio di email. Favorire l’impiego delle tecnologie informatiche anche nel mondo del volontariato e dell’associazionismo è un altro importante obiettivo di Informatica Solidale che in questi due anni ha fornito supporto informatico ad alcune associazioni, come Avo-Associazione Volontari Ospedalieri o l’associazione Naga.  

Far crescere il non profit italiano attraverso la tecnologia è la mission del Biteb, il Banco Informatico Tecnologico che dal 2003 ha donato 13mila computer e stampanti a oltre 1.300 associazioni e 7000 attrezzature sanitarie a 40 ong attive in 32 Paesi. Il Biteb opera come il più noto Banco farmaceutico: raccoglie computer, attrezzature informatiche e biomediche grazie alle donazioni di aziende e privati, se necessario le rimette a nuovo e quindi le dona a sua volta alle associazioni che ne abbiamo fatto richiesta attraverso il portale web. Il banco vive del lavoro dei volontari, soprattutto studenti universitari, tecnici ed esperti informatici in pensione, che donano tempo e competenze per revisionare e collaudare le attrezzature, gestire il magazzino e organizzare le spedizioni.

Recuperare e ‘liberare’ le tecnologie informatiche è, invece, il principio alla base del trashware, la pratica sviluppata agli inizi del Duemila da gruppi di utenti del sistema operativo open sourceGnu/Linux. In Italia si contano oltre 100 gruppi di utenti Linux, molti dei quali svolgono attività di trashware. L’esperienza più antica è quella di Golem-Gruppo Operativo Linux di Empoli che dal 2003, in modo volontario e gratuito, recupera vecchi pc e li dona ad associazioni, circoli, scuole. Parte integrante di questa pratica è l’installazione di software liberi, perchè il loro uso permette di “non essere meri consumatori di tecnologia, ma anche padroni della conoscenza che vi sta alla base” (Trashware-howto).

Negli ultimi anni altri gruppi e associazioni hanno cominciato a dedicarsi al trashware: ad esempio Ingegneria senza frontiere (Isf) che conta 14 sedi e porta avanti progetti di trashware in tutta Italia, come quello di Isf Parma che dal 2005, con il solo impiego di volontari, raccoglie e ripara computer per donarli a scuole, associazioni ed enti non profit. Ma attenzione, chiunque può diventare un “donatore di computer” a patto che doni computer funzionanti e con alcuni requisiti minimi.

Il trashware produce non solo benefici sociali ed economici ma anche ambientali: il recupero e riutilizzo di un computer ed un monitor permettono un risparmio di 13 kg di rifiuti pericolosi, 35 kg di rifiuti solidi e materiali, 80 litri di acqua e 32 tonnellate di aria inquinate, 605 kg di emissione di anidride carbonica e 7.719 chilowatt di energia. Provate a pensare quanto sarebbe più sano e vivibile l’ambiente che ci circonda se riuscissimo a recuperare anche solo una piccola parte dei nostri rifiuti elettronici: solo in Italia ogni anno i rifiuti di computer, telefonini e altre apparecchiature elettroniche ammontano a 1,5 milioni di tonnellate!

Combattere la cosiddetta “obsolescenza programmata”, ossia la politica dei produttori che rende sempre più vicina la “scadenza” degli oggetti tecnologici così da spingere le persone a comprare l’ultimo modello, è lo scopo di Restart project, un movimento nato a Londra nel 2013 grazie all’idea di Ugo Vallauri e Janet Gunter. Restart Party e approccio peer to peer sono alla base del movimento: gruppi di volontari “aggiusta-tutto” organizzano periodicamente delle “feste del recupero tecnologico”, aperte e gratuite, dove i partecipanti portano i propri dispositivi guasti e, insieme ai restarters, li riparano. Una sorta di self help tecnologico” dove si impara a riparare e a far ripartire computer, modem, smartphone ma anche forni a microonde, televisori e altri oggetti domestici.

Oggi i restarters sono 1188 e sono attivi anche fuori dal Regno Unito, a Parigi, Zurigo, Gerusalemme, Milano e Firenze. Grazie ad una piattaforma online è possibile localizzare i gruppi e sapere quando e dove si terranno i restart party. In Italia il prossimo sarà a Firenze organizzato dall’associazione Libera Informatica: l’appuntamento è per domenica 11 ottobre e il titolo dice tutto: non spreco, condivido, riparo, riuso!

(Nella foto volontari di Projekt Otvorena Mreza)

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Livornese ma a Pisa devo i miei studi in storia moderna. Lavoro all’Ufficio Comunicazione di Cesvot – Centro Servizi Volontariato Toscana. Il non profit e la comunicazione digitale sono da sempre la mia passione. Mi trovate anche su Telegram con il canale @SocialPositiveNews.

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