Il DESI 2021 (Digital Economy and Society Index, uscito lo scorso novembre), il rapporto della Commissione Europea che ogni anno, dal 2014, analizza e raffronta l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società di tutti i Paesi dell’UE, ci posiziona al 20° posto su 27 Paesi. Apparentemente il nostro Paese avrebbe recuperato 5 posizioni rispetto al 2020, ma questa affermazione è controversa: analizzando il rapporto con l’applicazione dei nuovi indicatori anche al 2020, l’Italia avrebbe perso in realtà una posizione, piazzandosi dal 19° al 20° posto.

Il DESI 2021 è particolarmente importante perché, analizzando i dati del 2020 (in pieno tsunami tecnologico indotto dalla pandemia), per la prima volta restituisce una istantanea a posteriori della reale evoluzione digitale di ogni Paese nell’anno in questione.

La grande opportunità per il nostro Paese è però rappresentata dal PNRR: quasi 200 miliardi di investimenti fino al 2026, di cui circa un terzo dedicati alla transizione digitale.

I risultati della ricerca 2021 saranno presentati nel corso del Convegno “Il digitale per la ripresa e la resilienza: connecting the dots”, in programma il 1° febbraio a Milano e fruibile gratuitamente in presenza o in live streaming.

La presentazione dei risultati della ricerca 2021 sarà seguita dalla consegna dei “Premi Agenda Digitale” alle PA, PMI e startup che si sono distinte per progetti di digitalizzazione in ambito pubblico.

Per anticipare alcuni temi del Convegno abbiamo incontrato il ricercatore della School of Management Francesco Olivanti, protagonista della ricerca, che ringraziamo per la disponibilità mostrata.

  1. In base ai risultati del DESI 2021, l’Italia sembrerebbe guadagnare 5 posizioni nella classifica europea rispetto al 2020, ma analizzando meglio i dati in rapporto ai mutati parametri di indagine emerge che in realtà il nostro Paese ha perso una posizione. Quale è la reale posizione del nostro Paese?

Nel DESI 2021 l’Italia è 20esima su 27: distante da Germania, Francia e Spagna e davanti solo alla Polonia, tra i paesi più grandi dell’UE.
Effettivamente nell’edizione 2020 dell’indice eravamo 25esimi (su 28 paesi), ma nel frattempo è cambiata la metodologia: è stata rimossa una delle cinque dimensioni – quella dell’Uso di internet da parte dei cittadini, che ha storicamente visto l’Italia in difficoltà – e si è scesi a 33 indicatori totali, di cui alcuni nuovi. A parità di metodologia, nell’edizione 2020 saremmo stati 19esimi, quindi rispetto allo scorso anno abbiamo perso una posizione.
Insomma non bisogna esultare, perché non c’è stato nessun balzo in avanti. Ma neanche disperare troppo. Per due motivi: il primo è che abbiamo perso una posizione a causa dell’aggiornamento di un solo indicatore, quello sulla sperimentazione del 5G; il secondo è che scalare il DESI è quasi impossibile per costruzione, solo due paesi hanno guadagnato più di 2 posizioni dal 2016 a oggi.
I Digital Maturity Indexes elaborati dall’Osservatorio, però, ci dicono che dietro a quel 20esimo posto c’è di più: se distinguiamo tra gli elementi che indicano gli sforzi fatti per digitalizzare il paese (fattori abilitanti) e quelli che ne misurano l’effettiva trasformazione digitale (risultati ottenuti), vediamo che nel primo ranking siamo più avanti rispetto al secondo. Quindi c’è tanto da fare su tutta la linea, ma soprattutto sull’ “ultimo miglio”, sul capitalizzare gli investimenti fatti e metterli a sistema.

  • Alla luce dei fattori abilitanti e dei risultati ottenuti indicati dai DMI, quali sono i limiti strutturali (che spesso vengono da lontano) che ostacolano lo sviluppo del digitale nel nostro Paese?

Non c’è dubbio che la voragine più grande sia quella relativa al capitale umano, alle competenze digitali (e non). Da anni, qualsiasi framework si utilizzi, con qualsiasi livello di dettaglio, emergono sempre evidenze molto chiare: l’Italia ha bisogno di accumulare più competenze digitali (anche tra i giovani!), di potenziare il sistema d’istruzione e di formazione (anche in impresa), di valorizzare e aumentare il numero dei laureati, di investire sulle specializzazioni in ambito ICT (con attenzione agli aspetti di genere), di investire sulla ricerca e sull’innovazione. Su tutti questi aspetti l’Italia è inaccettabilmente simile ai paesi della periferia d’Europa – che però hanno una storia decisamente diversa dalla nostra. Poi ci sono tre punti chiave:

  • Le disuguaglianze interne; come anche il nostro DESI regionale mostra, su alcuni ambiti (come quello della PA digitale) la distanza con gli altri grandi paesi europei è spiegata dalle diverse performance delle regioni italiane. Ma la disuguaglianza non è solo tra regioni, bensì anche tra famiglie, tra aree urbane e rurali. Serve attrezzarsi per supportare in maniera particolare chi è più indietro, senza ingessarsi nei meccanismi burocratici;
  • La capacità di mettere a sistema quanto fatto, per non dover reinventare ogni volta la ruota; questo limite si rispecchia nelle difficoltà sul tema dei dati, che si traduce per la PA nella poca interoperabilità ancora presente nei servizi pubblici digitali, e per le imprese nel poco valore ancora estratto dalla data economy;
  • La velocità nel raggiungere la frontiera dell’innovazione, a partire dalle infrastrutture; come vediamo ad esempio con la banda larga, l’Italia prima o poi arriva a chiudere il gap con gli altri paesi (ad es. sulla connessione veloce a 30 Mbps), ma ci mette troppo tempo e nel frattempo gli altri paesi si sono spostati su standard migliori (a 100 Mbps o a 1 Gbps).

Ma le competenze sono il fattore abilitante per eccellenza: con più competenze nel paese, le infrastrutture crescono velocemente, i servizi digitali pubblici e privati sono sfruttati al massimo, le imprese riescono a competere meglio.

  • In quale modo, grazie anche alle Missioni del PNRR, sarà possibile dare un notevole impulso concreto alla digitalizzazione e ridurre così il gap? Da dove bisogna partire e dove possiamo arrivare?

Su tutti gli aspetti sopraelencati il PNRR rappresenta un’opportunità storica, perché ci mette a disposizione le risorse per investire sulle competenze e sulle infrastrutture richieste dalla trasformazione digitale – anche se allo stesso tempo ci toglie un grosso alibi.
Questo significa avere le risorse per: attrarre i talenti verso le occupazioni necessarie alla digitalizzazione, immettendo energie nuove nel pubblico; intervenire centralmente per colmare i gap tra regioni e tra fasce sociali, dando supporto aggiuntivo a chi è più indietro; mettere in piedi nuove piattaforme, nuovi servizi, nuove infrastrutture, alimentando un circolo virtuoso.
Per farlo, bisogna partire sicuramente dalle persone, dal capitale umano, arrestando l’emorragia di cervelli verso l’estero e verso il settore privato e fermando l’emorragia di studenti dalle scuole, dalle università, dalla formazione. Così facendo possiamo sicuramente chiudere il gap con la media europea e con gli altri grandi paesi. Probabilmente i paesi scandinavi e i piccoli paesi innovativi come l’Estonia saranno sempre all’avanguardia – e in ottica europea è giusto così –, ma è importante riuscire prima di tutto a “entrare nel campionato” che più ci compete.

  • Sempre a proposito del PNRR, saranno molto importanti i progetti specifici, da realizzarsi sul territorio a livello locale, in modo coordinato strategicamente e con adeguata comunicazione, al fine di evitare una corsa impari e fine a sé stessa all’accaparramento delle risorse, con conseguente dispersione dei risultati. A tal proposito sta emergendo un’altra problematica: l’assenza delle figure dei comunicatori tra gli esperti del PNRR da assumere nella PA. Quanto è importante, secondo voi, una comunicazione integrata tra istituzioni, aziende e cittadini, ai fini dell’efficiente realizzazione dei progetti del PNRR, e quanto parallelamente importante il ruolo dei comunicatori nella PA a tal fine?

Il tema della comunicazione non è assolutamente secondario, malgrado ci sia un retaggio negativo che relega la comunicazione in secondo piano rispetto ad altri ambiti di attività considerati più “nobili”.
In realtà la comunicazione è e sarà chiave per far decollare la trasformazione digitale e raggiungere gli obiettivi del PNRR. Sia nel rapporto tra PA e cittadini e tra PA e imprese, per far avere un impatto positivo alle politiche pubbliche – basti pensare ai successi del green pass o del cashback, ma anche alle difficoltà dell’app Immuni –, sia soprattutto nel rapporto tra le PA. La pubblica amministrazione ha bisogno di fare sistema, di muoversi come un solo uomo, come un solo grande organismo – lo Stato – che si rapporti a cittadini e organizzazioni attraverso canali ogni volta diversi a seconda di come si possa servirli al meglio – localmente, in maniera centralizzata, via app, via web… o senza nemmeno interpellarli! Per fare questo, per “unire i puntini”, è necessario saper facilitare i rapporti tra le PA e avere competenze di comunicazione (non solo digitale) diffuse, a tutti i livelli.
Non a caso la comunicazione è anche uno dei pilastri fondamentali – assieme alla ricerca, al networking, e al binomio aggiornamento-formazione – per noi degli Osservatori Digital Innovation al Politecnico di Milano.

Figura 1: Il DESI 2021 e le sue principali dimesioni
Figura 2: La dimensione del Capitale Umano nel DESI (fonte https://digital-agenda-data.eu/)

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Livornese di nascita, vivo a Roma. Sono giornalista e addetto stampa, specializzato in comunicazione pubblica, digitale e social. Lavoro alla Regione Lazio, nell’area “Arti figurative, Cinema e Audiovisivo”, dove mi occupo dei contenuti del portale e dei progetti legati alla promozione cinematografica (festival, rassegne, incontri…). Mi piace molto l’idea della PA che comunica attraverso i social, in una forma innovativa, sintetica e soprattutto…interattiva e diretta. Per il resto…sono conduttore di eventi culturali e di spettacolo, e mi appassiona scrivere e raccontare anche di cultura e sport. Lo sport amo anche praticarlo, così come mi piace il ballo, viaggiare quando è possibile, e venendo dalla Toscana…mi piacciono il mare e la buona cucina!

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