Il web fa bene ai musei. E con questo hanno certo a che fare i siti web e gli account social con numeri in crescita dei musei statali italiani nel 2017, secondo i dati del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (MiBACT): 50 milioni i visitatori e quasi 194 milioni gli incassi, rispettivamente 31% e 53% in più rispetto al 2013.

In crescita anche i visitatori non paganti, grazie soprattutto agli ingressi gratuiti nelle prime domeniche del mese, le #domenichealmuseo pubblicizzate sui social.

Merito di riforme e investimenti, secondo il ministero, ma certo anche della crescente presenza degli enti museali sui social, come dimostra, ad esempio, il caso della Reggia di Caserta – primo museo statale italiano per engagement su Facebook nel 2016 secondo un’analisi di musei-it.com – che ha avuto + 23% di visitatori nel 2017 piazzandosi al secondo posto nella classifica dei siti con il maggior incremento di visite.

In rete però non basta esserci, bisogna esserci “bene”, e cioè saper raccontare e valorizzare risorse, skills e servizi, coinvolgere i pubblici.

Un approccio essenziale tanto più per gli enti museali italiani, che gestiscono un immenso patrimonio culturale, artistico, documentale, paesaggistico.

Per farlo conoscere e migliorare le qualità dei servizi attraverso un uso strategico e integrato della comunicazione digitale, ora c’è uno strumento operativo di autovalutazione, orientamento e formazione messo a punto dal gruppo di ricerca Digital Cultural Heritage di Icom Italia in collaborazione con la direzione generale Musei del MiBACT.

Si tratta dello schema per il monitoraggio e la progettazione della web strategy museale nato da un lungo lavoro di elaborazione da parte del gruppo di ricerca che il 9 febbraio scorso ha presentato a Roma, al Planetario delle Terme di Diocleziano, i primi dati “grezzi” della ricerca, frutto delle risposte date dai 185 musei e luoghi di cultura statali, regionali, civici e privati che hanno partecipato, nell’autunno scorso, al sondaggio sulla web strategy museale basato sullo schema, il primo di questo tipo a livello nazionale.

Lo schema ora è on line e disponibile con licenza CC 4.0 per poter essere utilizzato da altri enti culturali, anche adattandolo a settori diversi da quello museale.

Come funziona lo schema per la web strategy

Composto da 5 livelli e 17 parametri di valutazione per esaminare e autovalutare l’intero approccio dell’ente alla comunicazione via web e social, non parla solo agli addetti ai lavori ma è “leggibile” e adattabile − ha spiegato a Cittadini di Twitter Sara Dominique Orlandi, coordinatrice del gruppo di ricerca − anche da chi nei musei fa comunicazione: pensiamo a web content specialists, web masters, social media managers o web designers.

Se i primi 3 livelli consentono di valutare il sito web dell’ente − 1) Struttura dei contenuti (organizzazione, links, scrittura per il web); 2) Strategia dei contenuti (tipologia, differenziazione degli stili relativamente ai target, internazionalizzazione); 3) Progetto dell’interfaccia web (operabilità, responsive design, identità visiva) – è sul 4° e il 5° livello − Creazione di comunità (strumenti di condivisione, dialogo museo-pubblico, cataloghi online, monitoraggio) e Grado di interazione (gestione contenuti per l’utente, riuso dei contenuti, editing contenuti) – che si deve concentrare l’attenzione, secondo i ricercatori. Come nuovi ambiti di espansione della comunicazione museale, infatti, sono quelli nei quali c’è più lavoro da fare.

I risultati del sondaggio

Secondo i dati grezzi del sondaggio, ora in fase di elaborazione statistica anche in vista di una pubblicazione in programma entro l’estate, i punteggi raggiunti rispetto ai livelli 1 e 3, Struttura dei contenuti e Interfaccia web, sono alti (anche se con riserve sulla reale comprensione di responsive design e identità visiva).

Sul piano della Strategia dei contenuti, invece, c’è strada da fare, per esempio nell’ambito dell’internazionalizzazione, con il 35,4% dei musei che non ha pagine tradotte in altre lingue e la stessa percentuale che offre testi in inglese solo nelle sezioni principali dei propri siti web, limitando di fatto l’attrattività per altri pubblici e per enti simili di altri Paesi.

Per quanto riguarda i contenuti multimedia, il 42,4% dei musei offre sul web immagini taggate e legate da un filo narrativo coerente, ma un’altra fetta del 36,2% no. Solo il 10% profila i propri target diversificando strategie di comunicazione e contenuti, mentre il 46,8% differenzia i target ma poi nei fatti non diversifica linguaggi, canali, prodotti.

Soprattutto i risultati corrispondenti ai parametri dei livelli 4, Creazione di comunità o community building, e 5, Grado di interazione, come si diceva, lasciano molto campo a sviluppi, miglioramenti, innovazione nelle strategie per il web. Oggi, infatti, il 29,5% dei musei partecipanti non usa strumenti di monitoraggio del web, mentre il 34,7% usa solo alcune funzioni di Google Analytics. Il dialogo tra pubblico e museo è possibile nel 51,6% dei casi tramite i riferimenti e-mail.

Quale webstrategy per il futuro dei musei?

Ma la vera sfida è quella di sviluppare ambiti di interazione reale, di creatività addirittura con gli e degli utenti, dai blog alla possibilità di personalizzare i multimedia a quella di postare propri contenuti in aree riservate: il 72,9% del campione non dà all’utente la possibilità di creare propri contenuti; nell’84,6% non esiste un’area riservata all’interazione.

Un primo esame dei dati, rivisti con gruppi ristretti dei musei partecipanti, ha permesso di evidenziare le criticità: “scrivere” per target diversi di pubblico; l’utilizzo delle immagini; il monitoraggio delle interazioni e conversazioni generate in rete.

Tutti aspetti affrontati nelle tavole rotonde di esperti, figure istituzionali e manager, seguite alla presentazione dei dati, sempre il 9 febbraio. L’indicazione è nel senso dell’apertura dei dati e alle immagini, e del monitoraggio concentrato soprattutto sul riuso dei dati.

Dati riusabili e aperti, fonte di conoscenza e potenziale sviluppo di nuovi prodotti e servizi, e uso libero delle immagini, con opportune licenze: questo è l’orientamento che consente di promuovere esperienze e percorsi di co-narrazione dei patrimoni museali. Coinvolgere il pubblico in un racconto “tra pari” su ciò che il museo è e offre, sulla mission che si è dato, usando le potenzialità della rete per portare tutta la “grande bellezza” a portata di smartphone, aumentando interazioni e ingressi.

E’ questa la nuova direzione verso la quale si muove a livello internazionale la web strategy museale, spiega Orlandi, che vede i londinesi Tate Gallery e British Museum, al solito, esempi virtuosi ma l’Italia non indietro.

La connessione dei musei in un contesto digitale comune, una web strategy di qualità, erano state indicate del resto come punti di forza dal direttore generale per i Musei Antonio Lampis alle Terme di Diocleziano, e sono recepiti nei livelli minimi di qualità dei musei e dei luoghi di cultura pubblici introdotti di recente dal decreto MiBACT 21 febbraio 2018 che attiva il Sistema museale nazionale.

Tra i Livelli di qualità relativi a Comunicazione e Rapporti con il territorio (punto 1.5) si parla infatti di siti web aggiornati e completi, di attivazione di blog e partecipazione sui social, di accountability.

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Punto ad essere una persona consapevole e partecipe, vivere e contribuire in una comunità che si evolve, e credo che l'informazione sia una leva essenziale di questo sviluppo. In quest'ottica mi sono avvicinata alla comunicazione pubblica, di cui mi occupo come redattrice web. Sono nata e vivo a Roma, cerco di lavorare “al servizio del servizio pubblico”, senza perdere di vista quello che succede intorno.

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