Ci vuole un approccio multi dimensionale per un fenomeno fluido, che va oltre il significato di fake-news – notizie false – ma abbraccia tutto lo spettro della disinformazione, dai casi di falsa a quelli di imprecisa o distorta informazione, diffusa per provocare un danno di rilievo pubblico o per profitto.

È uno dei concetti base del Rapporto presentato alla commissaria europea per l’Economia e la Società digitali Marija Gabriel dal Gruppo di esperti di alto livello selezionato e incaricato a inizio 2018 dalla Commissione europea di esaminare le migliori strategie, eventualmente anche normative, per contrastare la diffusione di notizie false e disinformazione. Ambito dal quale rimangono fuori i contenuti di per sé illegali (diffamazione, linguaggio d’odio o hate speech, incitamento alla violenza) e i casi in cui la disinformazione è svelata, esibita, come la satira.

Il Gruppo (High Level Group of Expert – HLGE) è uno degli strumenti che la Commissione ha messo in campo dal 2017 con il lancio, tra le altre cose, di una consultazione pubblica on line conclusa da poco su come vengono percepite in Europa le “fake” da cittadini, stakeholder di vario genere, imprese, altre formazioni sociali, e il monitoraggio dell’Eurobarometro sul fenomeno e sui comportamenti collegati.

I dati su “Fake News and Disinformation Online” dell’Eurobarometro

Secondo la ricerca su un campione di 26mila persone over 15 intervistate telefonicamente a febbraio in tutti i Paesi Ue, l’83% ritiene la disinformazione un pericolo per la democrazia. La maggior parte degli intervistati, però, ritiene affidabili i media tradizionali – il 70% la radio, il 66% la tv e il 63% la stampa – mentre tra i più giovani, dai 15 ai 24 anni, prevale la fiducia nell’informazione on line. L’Italia in generale sembra in linea con il trend: prevale infatti la fiducia nei media tradizionali (58%) e risulta più bassa quella nelle info e notizie trovate in rete via social o app di messaging.

Il 37% degli intervistati sostiene di imbattersi in fake news quasi ogni giorno, percentuale che aumenta (42%) se si considera solo il segmento di informazione via testate online, social e messaging app.

Il 71% si sente in grado di identificarle, percezione che aumenta con l’aumentare del livello di istruzione, e che varia da Paese a Paese: in Danimarca è all’87%, in Finlandia all’82%, in Italia al 73%, in Bulgaria e Ungheria intorno al 57%.

Sono i giornalisti secondo il 45% del campione, seguiti dalle autorità nazionali (39%), i soggetti che nel panorama dell’informazione più degli altri hanno la responsabilità di attivarsi contro la diffusione di notizie false e disinformazione.

Le indicazioni del Rapporto HLGE

In questo quadro l’HLGE esclude un approccio “censorio”, con divieti imposti per legge, al problema, ma suggerisce strategie diversificate, di breve termine per rispondere alle problematiche più pressanti, e di lungo termine per consolidare gli anticorpi sociali contro la disinformazione. Puntando su coinvolgimento e responsabilizzazione di tutti i soggetti in gioco, dagli utenti ai professionisti dell’informazione, dai governi ai gestori delle piattaforme on line e social.

Un sistema di azioni che deve basarsi su 5 “pilastri”:

  • più trasparenza nelle notizie online, e più chiarezza sui meccanismi (algoritmi?) che rendono possibile la loro diffusione;
  • combattere con la conoscenza la disinformazione promuovendo l’alfabetizzazione digitale e mediatica degli utenti;
  • promuovere la ricerca permanente sull’impatto della disinformazione in Europa, per valutare le contromisure prese e studiare risposte al passo con l’evolversi del fenomeno;
  • sviluppare strumenti per il fact-checking sia per gli utenti che per gli operatori dell’informazione;
  • salvaguardare nell’ecosistema europeo dell’informazione il pluralismo delle fonti.

A questo dovrebbe affiancarsi un percorso di autoregolamentazione delle company proprietarie delle piattaforme, ispirato a un decalogo di principi chiave tra i quali: trasparenza sul funzionamento degli algoritmi per rendere visibili e viralizzare i contenuti; più trasparenza sull’uso dei dati personali a fini pubblicitari; distinzione chiara tra i contenuti informativi e quelli sponsorizzati; più spazio sulle piattaforme al fact-checking.

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Punto ad essere una persona consapevole e partecipe, vivere e contribuire in una comunità che si evolve, e credo che l'informazione sia una leva essenziale di questo sviluppo. In quest'ottica mi sono avvicinata alla comunicazione pubblica, di cui mi occupo come redattrice web. Sono nata e vivo a Roma, cerco di lavorare “al servizio del servizio pubblico”, senza perdere di vista quello che succede intorno.

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