Comunicare è maledettamente difficile, diceva (e ridiceva) il mio professore di sociologia della comunicazione all’Università. Comunicare la cultura lo è forse ancora di più. Che il web abbia aperto frontiere e spazi prima inaccessibili soprattutto per le piccole realtà, è quasi un’affermazione obsoleta. È vero che la maggior parte dei musei di piccole dimensioni hanno un account social (nella ricerca 2016 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali è emerso che il 51% del campione di istituti presi ad esame è su Facebook, il 31% ha un account Twitter e il 15% un account Instagram) ma emergere tra i big non è impresa da poco. E un piccolo museo ha la sua forza propria nel suo essere un piccolo museo e a questo non può rinunciare. “Personalmente ritengo che per gestire un Piccolo Museo e per far sì che questo possa esplodere tutte le sue specificità e potenzialità, occorra una cultura specifica, una cultura diversa da quelle attualmente dominanti. […] Una cultura specifica per i piccoli musei comporta in primo luogo il fatto che un museo di piccola dimensione debba essere “piccolo fino in fondo”, debba cioè puntare sulla cura dei dettagli, instaurare relazioni calde con la comunità, e con i visitatori, e anzi si debba concentrare proprio sul tema dell’accoglienza.” Così Giancarlo Dall’Ara, consulente per il turismo e fondatore dell’associazione nazionale Piccoli Musei, un’associazione che mira -appunto – ad aiutare questi preziosi scrigni del sapere a comunicare la propria identità, a trovare canale di ascolto e a fare rete tra di loro.

Il tema dell’accoglienza ha molto a che fare con la comunicazione. E qui torniamo alla difficoltà di comunicare e di farlo bene con gli strumenti che il web ha messo a disposizione. Come può un piccolo museo riuscire a creare interesse intorno a sé? Lo abbiamo chiesto a Rino Lombardi del Museo della Bora di Trieste “un museo che è nell’aria” con oltre 2mila seguaci su Facebook e quasi 2mila follower su Twitter. “Il Museo della Bora è un museo in progress- racconta Lombardi – . Il tema e l’originalità di questo percorso (un museo nato dal nulla, dedicato a un fenomeno invisibile, ma molto visibile nelle nostre vite e soprattutto a Trieste) ci ha consentito una grande visibilità sui mezzi classici (giornali, riviste, radio) e su quelli digitali. L’ingresso nell’APM-Associazione Nazionale Piccoli Musei, ha spalancato i nostri orizzonti su importanti temi museali come l’accoglienza e l’accessibilità, e ci ha fatto scoprire che i piccoli musei hanno molte cose in comune. Una per tutte: la relazione speciale che stabiliscono con il visitatore”.

Il Museo della Bora fa parte della rete dell’associazione nazionale Piccoli Musei. La pagina Twitter @MuseoBora nasce proprio in occasione di uno dei social event promossi dall’associazione: #smallmuseumtour, una vera e propria visita virtuale (con tanto di guida) per avvicinare le persone alla scoperta dei piccoli musei e aprire i musei stessi all’utilizzo dei social network per promuovere le proprie collezioni e iniziative. Una sorta di talk with della durata di un’ora durante la quale gli utenti potevano twittare, usando l’#smallmuseumtour, domande e commenti cui le guide del museo rispondevano proprio come gli uni e gli altri fossero nella stessa stanza di fronte ad un quadro, ad un vaso etrusco, un arnese mezzadro, o nella stanza dove soffia la Bora.

“Quella volta – riprende Rino Lombardi – cominciammo a fare pratica su Twitter. Cosa che da allora si ripete per altre occasioni speciali dedicate ai musei, come ad esempio la MuseumWeek. Al giorno d’oggi, la scelta di aprirsi ai social è inevitabile per un museo, altrimenti saremmo fuori dal tempo”.

Lombardi però ribadisce in più di un’occasione quanto sia fondamentale non perdere di vista la relazione diretta. “Dobbiamo evitare l’omologazione, cioè usare tutti le stesse modalità di comunicazione. Bisogna fare di necessità virtù e stare attenti a non sprecare energie per niente. Siamo un piccolo museo. La relazione umana è tutto. Il sogno è conservare questa relazione speciale anche se dovessimo crescere”.

Uno dei temi più rilevanti da affrontare nel dibattito della comunicazione digitale, appare, dunque, evitare l’omologazione ed è una riflessione che spetta soprattutto ai comunicatori. Un piccolo museo rappresenta un banco di prova di tutto rispetto e iniziative come #smallmuseumtour vanno proprio in questo senso.

 

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Giornalista e social media manager. Un romanzo all’attivo, da Sky Tg24 a Toscana Tv, sono cresciuta a pane e cronaca, poi ho integrato con verdura e social media. Una laurea magistrale all’Università di Urbino, collaborazioni sparse per il web, qualche master e vari corsi di aggiornamento. Curiosa per DNA, affascinata dall’attualità, dalla robotica e dal digitale. Nella prossima vita vorrò fare l’ingegnere aerospaziale. Intanto osservo e racconto il mondo. Attualmente in forze alla comunicazione pubblica.

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